RETE SENTIERISTICA

Per tutti i gusti è la Rete Sentieristica della Riserva Regionale Grotte di Luppa, che permette di assaporare a pieno le bellezze paesaggistiche e culturali della zona. Il Sentiero principale (L1), lungo 5 km, collega i due punti di accesso alla Riserva (a sud, località le Dolomiti; a nord, nei pressi dei Casali di Luppa): attraversa tutta l’area protetta e permette di raggiungere, con una piacevole passeggiata, l’ingresso dell’Inghiottitoio. Dal Sentiero principale si può imboccare il percorso (L3) che, da Fonte Lattero, ripercorrendo la via crucis, conduce al grazioso borgo di Tremonti, passando per la chiesetta degli Alpini. Dalla piazza di Tremonti, proseguendo, si potranno ammirare i resti dell’antico castello degli Orsini e magiche viste su tutta la valle, fino a giungere alla grotta della Madonna, in passato luogo di preghiera e devozione. Un’altra piccola deviazione dal Sentiero principale consente la vista della Grotta del Tesoro (L6). Molto suggestivo è il belvedere naturale in località Vena Tagliata (percorso L4): vi si giunge, partendo dalla chiesetta degli alpini, percorrendo prima un tratto del sentiero L1, poi uno di quello L3; bisogna fare attenzione all’ultimo tratto, essendo molto impegnativo ed esposto. Da uno dei principali fontanili della Riserva (Fonte Lattero), attraversando il bosco al cospetto della falesia di Pietra Pizzuta con le sue 22 vie di arrampicata c’è un’area bouldering per tutti quelli che voglio avvicinarsi a questa disciplina sportiva, seguendo il sentiero si raggiunge la Fonte della Rocca: qui, si potrà godere dell’acqua fresca e dell’ombreggiata area picnic (L5). La deliziosa zona dove rifocillarsi è segnalata anche da un cartello sulla via Tiburtina: si potrà, infatti, scegliere di fare una sosta, per un attimo di relax, sulla via del ritorno. Dal centro abitato (Piazza Municipio), un bel sentiero, dagli splendidi scorci panoramici (L2), permette di arrivare alla chiesa campestre di San Quirico, non distante dalla Fonte della Rocca (visitabile su richiesta) La Riserva offre, inoltre, numerosi luoghi dove potersi fermare, rilassarsi e mangiare qualcosa, tutti attrezzati con panche, tavoli e punti fuoco.

PER INFORMAZIONI: 3338601069

SENTIERO PRINCIPALE L1

Sentiero L1

Il sentiero che collega i punti di accesso alla Riserva: quello più a sud in località le “Dolomiti d’Abruzzo” e quello più a nord nei pressi del “Casale di Luppa”. Rappresenta una vera e propria dorsale che attraversa il territorio della Riserva, consentendo di raggiungere l’Inghiottitoio di Luppa.

Lunghezza: 5 Km Dislivello: 200 m Tempo di percorrenza: 1 h 50 min.

SENTIERO L5

Sentiero L5

Sentiero immerso in una faggeta che costeggiando i bastioni di “Pietra Pizzuta”, consente di raggiungere la Fonte della Rocca, ove è possibile godere della fresca acqua e sostare nell’area pic-nic

Lunghezza: 2 km Dislivello: 200 m Tempo di percorrenza 1 h

SENTIERO L6

Sentiero L6 (Grotta del tesoro)

Deviazione del sentiero principale L1 consente di raggiungere la Grotta del Tesoro, (luogo di storia e di leggenda).

Lunghezza: 1 km Dislivello: 100 m Tempo di percorrenza: 0,50 min.

LA LEGGENDA DI PESCHIO ROSSO

Luigi Archinti

Il mio amico il Luogotenente** era agli arresti per affare di duello; l’andai a trovare; c’eran seco da sette ad otto ufficiali d’ogni arma. Fatti i primi saluti, m’ebbi una sedia, un bicchiere colmo, versatomi da un bel bersagliere confidente del mio amico, e l’invito d’imitare gli altri della brigata, che ad ogni tratto si pigliavano un pizzico di castagne arrosto da un paniere che n’era ripieno. – Scusino, mi pare, diss’io, che al mio giungere fosse incominciato un racconto; sarei dolentissimo d’aver interrotta, sospesa, o fatta tralasciare una conversazione che forse interessava tutta la brigata; pregherei quindi si continuasse il discorso, qualora sia tale ch’io possa esser ammesso a goderne, oppure… – Tu puoi benissimo sentir tutto; non si trattava punto di cose di servizio; il mio collega, il Tenente A., stava raccontando una leggenda abruzzese, e non t’increscerà sentirla. A., ricomincia da capo. – Noi diciam su bazzecole d’ogni conio per passare teco il tempo; al signore forse queste freddure riesciranno nojose. – Nol dica, signor Tenente; per me quando si tratta di leggende, come quand’era fanciullo al sentir contar fiabe, divengo tutt’orecchie. – Quand’è così, riprendo dal principio la mia narrazione. Fra Tagliacozzo ed il Cicolano v’è un paesello chiamato Sante Marie, situato su d’un colle che s’innalza in una valle fra due schienali di monti rocciosi; da un lato, a destra, venendo da Tagliacozzo, si stende pel lungo il monte che va da Santo Stefano a San Donato; dall’altra, a sinistra, il Peschio Rossi. Peschio, in Abruzzo, suona difesa, chiusa, con significato italianissimo. Il Peschio Rossi è una roccia a picco, nereggiante, che si prolunga come una muraglia colossale, chiudendo la valle a sinistra, come dissi, del villaggio. Quei luoghi alpestri presentavano in un diroccamento di rupe un passo pei briganti che fuggivano dall’interno verso l’ex-Stato pontificio, come a quelli che da questo, già covo d’assassini, cercavano addentrarsi nell’Abruzzo; per conseguenza le pattuglie in quelle alture si facevano di sovente. Un giorno, nel quale c’era probabilità di qualche passaggio di tal sozza selvaggina, io m’era appostato in un bosco tra i massi di quelle alture. Ai primi chiarori dell’alba, osservando per bene il paese dintorno, scorsi nella roccia un’apertura di grotta, mi vi recai; l’entrata n’era angusta, e di certo poco comoda, ma entro era asciutta e capace di contenere almeno tutt’intera una compagnia. Io non avea che un drappello di venticinque Bersaglieri; li feci entrare tutti nella grotta, meno tre appostati in sentinella a’ dintorni, ove mi parea opportuno per sorvegliare il passo. Scorsa un’ora circa dacchè ci eravamo ritirati in quel ricetto, udimmo il tintinno d’una mandra, e poco dopo, sotto a noi, scorsi una villana di Sante Marie, che avea fatto sosta colle sue bestie in uno spiazzo erboso, sedendosi a far calza sul ceppo d’un castagno bruciato. Io la conosceva, la sapeva piuttosto ciarliera, e desideravo aver contezza della grotta; ne uscii e mi recai vicino alla villana. – Buon giorno, Maria Giovanna. – Oh! Tenente, siete voi! che ci fate per questi greppi a quest’ora? madonna! che? avete fatto entrare i Bersaglieri nella grotta? – Sicuro, Maria Giovanna, facea fresco, e nella grotta ci si sta caldi come in una stalla. – Madonna! voi altri non avete paura di nulla; io non c’entrerei nella grotta, nemmeno se mi facessero padrona della vallata. – Perchè? che ci è a temere di quella grotta? i macigni di sopra son saldi; non c’è pericolo che ci caschino addosso. – Eh sì, non sono i macigni che mi fanno paura, ma li spiriti che ci sono stati. Ora, a dir vero, non ci sono più apparsi da un pezzo, ma ci si sono veduti una volta, e chi sa che non ci bazzichino ancora. – Che spiriti? – Oh che nol sapete? È la grotta del tesoro. – Del tesoro! oh dimmelo, Maria Giovanna, dov’è il tesoro, che te ne darò una parte anco a te. – Ah! Signore, non c’è più, l’hanno portato via.

– Fammi il piacere, diss’io, riempiendo la pipa, e accendendola, raccontami un po’ questa istoria. – Avete a sapere, signor Tenente, che, saran più che cent’anni fa, certi pastori, venuti a caso in quella grotta, vi scopersero quattro forzieri; apertili, li videro pieni zeppi di bei ducatoni d’oro di zecca. Figuratevi che sorpresa! se n’empirono le tasche e fecero per uscire; ma sì, la fu fatica vana; dalla porta tempestava loro contro un subisso di legnate tanto sode, che n’eran pesti alle prime prove, e non ne poterono uscire se non dopo rimesso l’oro ne’ forzieri. Ritornati alle Sante Marie, raccontarono l’avventura. Altri, dopo loro, ci si provarono, ma sempre inutilmente, non riportandone mai altro che l’ossa peste e le impronte delle legnate ricevute. – E chi dava loro tante legnate? – Chi lo sa? Tempestavano loro addosso, e non sapean come, poichè nella grotta non si vedeva nessuno. Una volta ad un Eletto del comune venne in capo di fare una prova; ci si recò con una fede di credito del banco di San Giacomo, di 400 Ducati; lasciata la fede e preso tant’oro, potè uscire; allora altri ci si provarono altrimenti, e vi portarono fedi di credito false. L’avean proprio trovato il gonzo! all’uscita eran più pesti dei primi. Insomma quel tesoro, nonche prenderselo, non si potea menomare pure d’un quattrino; dite pure inoltre che coloro che fecero di queste prove sconsacrate, erano tutta gente d’animo disperato, che non si metteva paura di niente; poichè, pel rimanente della popolazione, avean tutti tanto spavento della grotta di Peschio Rossi, che per nulla al mondo ci sarebbero passati a meno di dugento passi discosto. Di notte poi ci si sentia sempre un lamento d’anima in pena, che mettea i brividi addosso all’animo più risoluto. Ora avvenne che a’ tempi del mio babbo ci fu al villaggio di Futo, qui vicino, un curato venuto da Roma povero come Giobbe; si chiamava Don Angelo Lottecli e passava le notti sopra certi libracci antichi che nessun prete della parrocchia sapea leggere, perchè non erano scritti nemmeno in latino, ma con certi caratteri che parean fatti colla zampa del demonio. Questo parroco, girando pei monti, venne in conoscenza della grotta, vi si recò più volte, vi si provò più volte a prender denari; ma, alle prime legnate, lasciatili, se ne uscì; e dicono che, studiando sopra quei libracci, venisse a sapere, che al tempo nel quale ci fu alla Scurcola quella gran battaglia tra Francesi e Tedeschi, della quale ancora al dì d’oggi si trovano alle volte dei ferri arrugginiti di spade e stocchi quando si scava profondo per far nuove fosse, avendo il Re dei Tedeschi, che era un giovine ricco di molto, perduta la battaglia, il suo ministro fuggì con quattro forzieri pieni d’oro, caricati sopra quattro muli, accompagnato soltanto da un giovine scudiero, il quale era il prediletto del Re, e trovata questa grotta vi depose il tesoro. Poi, scannato quel giovinetto scudiero, lo seppellì all’entrata, coll’obbligo di dover stare coll’anima sua a custodia di quelle ricchezze, finchè un’altr’anima di creatura molto amata non fosse scannata in vece sua per liberarla da quella guardia. Venuto a conoscenza del mistero, non avea quel parroco altro pensiero che di cercare il modo di levare di sentinella quell’anima dello scudiero; cerca, pensa, medita, gli venne un’idea. C’era nella sua parrocchia una pastorella, la quale avea posto grande amore ad una sua capra bianca come la neve, aggraziata e mansueta come una creatura, ed alla quale parlava come ad un cristiano; e quella comprendeva ogni cosa che le dicesse. Assicuratosi il prete che la villanella amasse davvero di grande amore quella sua bestiola, gliela fece prendere di notte mentre dormiva, e, legatala pe’ piedi, caricata su d’una mula, benchè fosse notte buia e tirasse gran vento per le gole di Valle Fracida, se ne venne difilato alla grotta di Peschio Rossi con un gran coltellaccio, una picca, un badile ed una torcia, e giuntovi, scannata la povera capra e sepoltala all’entrata della grotta, ove trovò le ossa dello scudiero che andarono in polvere appena tocche, recitativi sopra certi scongiuri, e detto: Vattene, anima liberata dalla custodia, che un’altr’anima amata è qui sacrificata in tua vece, si provò ad uscire con una manata d’oro. Raccontano che dalla commozione di vedere che aveva potuto passar la soglia senz’intoppo col denaro, gli cogliesse come uno svenimento; rinvenuto in sè, si caricò quant’oro più potè e se lo portò a casa; le notti seguenti fece altrettanto, finchè ebbe vuotati i forzieri. E questi è lo zio che fece ricchi i Conti di Lottecli che voi conoscete, e che possiedono ora gran parte di queste valli, ed i boschi i più belli della contrada. Fatto vecchio, il parroco Lottecli s’ammalò e finchè ebbe fiato, sempre gli parve vedere sopra al letto una capra bianca, che lo soffocava, pestandogli il petto. Morì, e nessuno ebbe coraggio, la notte, di fargli la guardia, perchè sul letto c’era la capra che belava di continuo, tanto che al villaggio ci sono ancora di quelli che si ricordano d’averla udita. Al mattino non si sentì più nulla: entrarono, e non trovarono nella camera che il corpo del curato, ma il letto era tutto pesto. Sentite ora, cari colleghi, soggiunse il Tenente, il più curioso dell’avventura: avea appena terminato la villana il suo racconto, che si levò un rumore nella grotta fra’ bersaglieri: – Dálli, dálli, prendila che ne avremo il latte. – Per Dio, m’è scappata! – Prendilá, pigliala…. Che era? Ad un tratto una magnifica capra bianca come il latte salta fuori dalla grotta belando e invano inseguita dai soldati; in un attimo, spiccando salti di masso in masso, aveva raggiunta la cima sovrastante di Peschio Rossi, donde, emesso un ultimo belato, scomparve. La villana era in ginocchio, e diceva il requiem æternam. – Per chi preghi, Maria Giovanna? diss’io. – Per l’anima della povera capra. Avendo chiesto al Parroco di Sante Marie, la sera giuocando al nove, se quella preghiera non gli sembrava sacrilega, mi rispondeva: No, perchè la parola del Signore parla nell’Ecclesiaste in questi termini: Ciò che avviene a’ figliuoli degli uomini, è ciò che avviene alle bestie; Chi sa che lo spirito de’ figliuoli degli uomini salga in alto, e quel delle bestie scenda a basso sotterra?

SENTIERO L3

Fonte Lattero L3

Diramazione del sentiero L1 che consente di arrivare al fontanile e all’area pic-nic dove è possibile avere una panoramica di tutto il territorio, San Giovanni, Santo Stefano, Scanzano, Castelvecchio e Tubione.

Lunghezza: 0,6 km Dislivello: 100 m Tempo di percorrenza: 0,30 min

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